giovedì 19 febbraio 2009

Il rispetto verso il proprio superiore, atto dovuto o diritto di obiezione di coscienza?

Conoscere il proprio capo
è importante per amarlo...
e rispettarlo
perchè il rispetto
è un requisito fondamentale
del rapporto di lavoro....

Ecco cosa raccontava due minuti fa
il mio “capo” alla mia collega (mentre io cercavo di lavorare...)

Dopo una divagazione a tema politico (Veltroni-Berlusconi, Sardegna, strade) approda a Vendola ed ammette “ si , non l’ho seguito molto, l’unica cosa che si sa di lui è che è gay...”

L’avere usato la parola gay deve avere probabilmente innescato una reazione chimica nel suo cervello (ho letto che gli uomini pensano al sesso ogni 20 secondi circa, lui probabilmente anche più spesso ) che ha spostato la sua attenzione dalla politica al sesso, e ha voluto necessariamente raccontare che.....

“ mado’, ieri sera, sotto casa di mia madre c’era uno.... ma l’avessi visto... uno.... un gay, vestito da donna, ma vestito in un modo, insomma aveva sta gonna, corta, strana, e la gente che passava lo guardava, però, da come era vestito... si vedeva che doveva essere proprio disperato... e la gente infatti lo guardava proprio... con compassione...
L’ho guardato, perchè aveva sta gonna che... ma non l’ho guardato molto bene, ero con mia moglie, e poi questa gente sai, se la guardi tanto... possono anche....

Dopo questo monologo di profondo spessore morale, psicologico, intellettuale e sentimentale, la mia collega interviene, non ho capito se più con frasi di circostanza perchè sentitasi in obbligo di interrompere tutti quei puntini di sospensione tra la parola gonna e la parola gonna, o se perchè davvero lo ascoltasse e fosse interessata al discorso, chiedendole se quello dove abita sua madre fosse un quartiere malfamato, se ci abitasse gente strada...

“no, dice lui (e certo, mica confina la mamma in un posto poco sicuro..), è che questo era fuori dal bar a fumare, visto che ora dentro non si può più, e questo bar è gestito da una sudamericana, sai, quella gente, non so, magari arrotondano...



Io non ho risposto.
A dire il vero non ho partecipato affatto alla discussione, ho evitato con cura la prima parte del discorso e ho deciso di prestare attenzione, simulando distrazione apparente, solo nelle elucubrazioni sul gay che arrotonda e sul bar gestito da “certa gente” perchè credo che queste affermazioni rappresentino drammaticamente bene lo stato di disperazione in cui mi trovo sul lavoro.
Ho smesso di combattere. Ci ho provato. Sono stata riempita di lavoro in modo sproporzionale alle altre colleghe perchè probabilmente era il modo migliore per farmi stare zitta, ma almeno questo espediente mi ha impedito di prendere parte alla farsa che ora si sta rappresentando nel l’ufficio successivo (il dirigente in questione ha bisogno di approvazione e sostegno umano dai suoi dipendenti per cui ora sta raccontando lo stesso episodio in un ufficio dove è sicuro di trovare un pubblico più attento e disposto ad ascoltarlo, a sostenerlo e a fargli tante piccole domande imbarazzanti per cogliere ogni dettaglio di quella gonna...).
Ho smesso di combattere perchè non ne vale la pena, perchè è ovvio che sono finita io in un posto patologico e questa non è la regola, semplicemente mi sono detta, quando un lavoro ti sembra troppo sporco per essere fatto, non farlo....

La mia domanda di trasferimento è già in corso, presto della mia presenza non resterà che l’impronta su una poltrona cigolante in questo servizio, io ho smesso di rispettare i miei capi molto tempo fa e la consapevolezza di questa infinita grettezza, di questa desolante mediocrità, di questo feroce opportunismo senza vergogna mi danno un sollievo lieve, dopo avere toccato il fondo non si può che risalire...

giovedì 27 novembre 2008

nuovo ufficio, nuova corsa....

Ed eccomi nel mio nuovo ufficio. Mi guardo intorno e mi chiedo che cosa realmente questo cambiamento significherà per me. Purtroppo il mio ottimismo è cozzato ripetutamente contro i macchinosi disegni altrui e mi è difficile analizzare la situazione da un punto di vista limpido.
Guardiamo le cose come stanno.
Iniziamo proprio da qui, da questo piccolo ufficio, lungo e stretto, dove occupo una scrivania a ridosso del muro, del resto non ci starebbe in altre posizioni perché dietro di me la parete è completamente occupati da armadi di un altro servizio. Questo ufficio era a metà tra un archivio e un magazzino e il suo compito principale era quello di contenere un frigorifero, indispensabile per tenere fresca l’acqua dei dirigenti degli uffici a fianco. Ma non solo. Era (è ancora) lo spogliatoio per una dipendente che, quando deve lavorare in un magazzino fuori sede, lo usa per cambiarsi d’abito. Così, vicino ai grandi armadi neri chiusi a chiave per celare i segreti del loro contenuto alla mia vista, armadi sovrastati da scatoloni variopinti con rappresentati immagini di deumidificatori, macchinette del caffè espresso e ventilatori, nonché improbabili (eppur reali) peluches e altri ingombri inutili vari, si trova un doppio spogliatoio di alluminio, e a fianco di questo, un carrello in acciaio contenente una stampante inutilizzata, un ventilatore e infine, ciliegina sulla torta, una vecchia cartelliera arrugginita che contiene la cancelleria di questi altri servizi che forse, di lasciarmi l’ufficio, non avevano poi tanta voglia.
Le mie pratiche appoggiano sul tavolo, ho preso in prestito una cassettiera e l’ho piazzata sotto la scrivania per poterci chiudere quanto meno le cose più importanti, sulla sedia nera al posto dell’ospite c’è la mia sedia e io siedo su quella rossa, la meno sporca delle due di recupero che ho trovato.
Qualcosa prima o poi me lo compreranno, mi sistemerò con il tempo.
E di tempo per sistemarmi ne ho, in effetti, sei mesi. Sei mesi considerati “periodo di prova” per un verso e “periodo di prestito” per l’altro, sei mesi in cui mi devo dividere dal mio posto di lavoro ufficiale per spezzare il mio full time in due tempi parziali. Ironia della sorte, la mia domanda di part time giace già da un po’ nei cassetti dell’ufficio personale, ma le quote sono esaurite, non ci sono speranze…
Non per i prossimi 10 anni almeno, ma così come passano sei mesi passeranno 10 anni, certo allora le bambine non saranno più bambine e il mio stress sarà probabilmente esploso in un esaurimento nervoso vero e proprio, ma fino a quel momento va tutto bene e non potrebbe essere altrimenti….
La settimana scorsa mi hanno portato il computer nuovo, aspettavo solo quello per rendere l’ufficio operativo, poi mi sono bastati un paio di giorni per capire che il computer non era affatto nuovo ma di proprietà dell’azienda da circa 7 o 8 anni, dismesso da altri servizi perché non più idoneo al loro lavoro poteva comunque ancora andare bene per me. In fondo questo è il posto di un part time.
Tempo fa la mia capa vecchia e la mia nuova capa hanno concordato un passaggio di consegne di lavori, tutto era infarcito da belle parole come dipartimentale, struttura, obiettivi, e alla fine di tutto questo discutere, accapigliarsi e tirare la fune dalla propria parte si è deciso che non solo il lavoro dovesse passare in consegna, ma anche chi lo gestisce.
In fondo è la persona con maggiore esperienza, l’unica che può assolvere a questo compito e farsi carico di fare partire questo nuovo ufficio.
Solo un paio di mesi prima, sempre in una delle fasi di odio tra i vertici, l’avevo sentita chiaramente definire questo stesso lavoro “manovalanza di basso profilo”.
Ma forse allora era una giornata di pioggia, con il sole, si sa, le cose assumono forme più piacevoli e allettanti e propositive.
Il mio lavoro, del resto, è aumentato di molto negli ultimi tempi, sia perché ci sono state nuove leggi che lo hanno di fatto complicato aumentando gli obblighi e i passaggi, sia perché il volume stesso del lavoro è cresciuto. Faccio gare, e di gare ce ne sono tante, sempre di più. Poi, non è propriamente vero che io faccia le gare. Io sono solo la sigla piccola che scompare vicino alle sigle grandi, il mio è solo un piccolo contributo di forma, che si formalizza però con la predisposizione degli atti poi sottoposti e firmati dalle sigle grandi. Che non conoscono il mio lavoro, tra l ‘altro.
Mai andare in ferie, questo già lo sapevo, può bastare un solo giorno di assenza perché tutti i vari capi e vicecapi e capidinulla si ritrovino sul tuo tavolo, con bisogno di un’informazione che tu non puoi dargli (perché non ci sei) e si arrabattino tirando fuori pratiche e praticuzze da cui cercano di tirare fuori di tutto ma non troveranno mai quello che cercano. Perché non lo sanno neanche loro. Non sanno come iniziano le cose, sanno solo che inizino. Non sanno come proseguono, sanno solo che devono andare avanti e in fretta. E non sanno come si concludono ma sono pronti a sollecitarti perché non sono ancora finite.
Detto questo, il mio lavoro era diventato eccessivo, ma mi dicevano di avere pazienza ancora un po’ perché presto sarebbe intervenuto questo nuovo ufficio dipartimentale a prendersi in carico parte del mio lavoro. E così si sarebbe ristabilita una situazione di normalità.
E sono andata avanti, saltando le pause caffè e a volte anche le pause pranzo per fronteggiare tutto. Poi ecco che l’ufficio si concretizza, e con questo anche il passaggio di pratiche. Ora la cosa è molto semplice: io passo le pratiche a me stessa. Le inizio nello stanzino dagli armadi neri sovrastati dagli scatoloni ingombranti e poi , conclusa la fase di istruttoria, li porto nell’altro mio ufficio, dove proseguo l’iter di gara.
Ovviamente il mio lavoro ha dovuto subire qualche modifica, non essendo presente in ufficio tutto il giorno non potevo più occuparmi del budget, competenza che è passata alla mia collega. In cambio però ne ho avute due nuove. Che culo! Proprio come nel cambio del detersivo, ho vinto due fustini in cambio di uno!
Ora, se vogliamo dirla tutta, io probabilmente potevo anche rifiutarmi, impormi e dire che una situazione del genere non era contemplata nel mio contratto, però in fondo qualche vantaggio in questo cambio l’ho pure visto…
Intanto in questo ufficio stretto e lungo sono sola. E avere un ufficio da soli è uno dei sogni di chiunque, poter lavorare senza discutere o litigare o dover vedere le sfilate delle colleghe che vanno a prendere il caffè tra una sigaretta e l’altra è sicuramente motivo di serenità interiore, e la mia salute ne troverà giovamento….
Ma poi, mi sono detta, dopo questi sei mesi, qualcosa dovrà succedere, o no? Dovranno decidere se assumere definitivamente una persona nel nuovo ufficio o farmi rientrare in forze nel mio , e io in qualche modo potrò dire la mia… E si, me ne sto zitta e buona per sei mesi ma con questo credo proprio di guadagnarmi il diritto di opzione, e se dovranno infine assumere qualcuno, che chiedano prima a me cosa voglio fare: andare o restare?
Protesterebbero che questo è un posto parttime? Proprio come la richiesta che ho portato al personale e che prima o poi potrebbe essere accolta, in fondo sono una giovane madre di tre figli, perché non dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza e smollare un posto per me?
Intanto di una cosa si stanno rendendo conto: il mio lavoro è un fulltime e anche molto saturo, impossibile fronteggiare tutto in mezza giornata, io del resto il lavoro a casa non me lo porterò e l’esaurimento nervoso, per oggi, ho deciso di non prendermelo. In fondo il motto dei capi è “siamo tutti sostituibili” e allora inizino ad applicarlo…..

mercoledì 20 agosto 2008

effetti personali.....

E si, la mia capa proprio non resiste, quando sono in ferie deve andare a mettere le mani nelle mie cose, non tanto nelle mie pratiche, sarebbe anche lecito, ma proprio nelle mie cose personali. Perchè lo faccia, difficile da spiegarsi, fondamentalmente credo che la risposta sia nell’ambiente rancoroso e scottante di infide gelosie che si è, volutamente, creata: la sua corte di adulatrici e leccaculo, per dare un dome dignitoso alle mie care e amate colleghe.

Comunque, quando mi assento per qualche giorno, già so che diventerò il suo bersaglio, e dato che oramai lavoro in ufficio da qualche anno, ho iniziato a prendere le mie misure di precauzione.

Chiudo i cassetti a chiave.
E si, perchè è capitato che ci mettesse mano, e neanche nascostamente, anzi.
Una volta, per esempio, sono rientrata dalle ferie e mi sono trovata le cartucce della stampante a colori sul tavolo con la richieste di installarle.
Quelle cartucce mi erano state consegnate il giovedì pomeriggio dal fattorino, e siccome non ho le autorizzazioni necessarie per installare una stampante sul mio pc ma devo appoggiarmi ad un sistema informativo centralizzato che lavora per priorità, le ho messe nel cassetto in attesa di essere richiamata, ben sapendo che ci sarebbero voluti giorni o settimane.
Piccola deduzione, non solo la mia capa non si fida di me e fruga nei miei cassetti (dove ho anche effetti personali) ma oggettivamente non si fida neanche del mio operato, non mi ritiene probabilmente una collaboratrice affidabile se ritiene di dover intervenire per ricordarmi cose di cui, hailei, non conosce neanche le procedure di esecuzione.

Sono un po’ disordinata, è vero, del resto ho una mole di lavoro non indifferente da sbrigare da sola, lavoro per cui nessuno mi sostituisce in ferie ma mi attende, buono e silente, in un angolo della mia scrivania. E poi io nel mio piccolo disordine non ho mai perso una pratica, un foglio, un appunto, più che disordine la mia è organizzazione personalizzata. Ma infastidisce. E si, vuoi mettere un bel tavolo lucido e spoglio che bella figura che fa, magari con un bel vaso di fiorellini profumati sopra e una bella cornice e qualche gingillo da fare arredamento...

Così capitava spesso che tornando, a volte dalle mie ferie lunghe ma anche da un semplice giorno di assenza imprevista, mi ritrovato le cose spostate, rimaneggiate, cambiate.
E la collega, la ex prima e la nuova ora, con aria innocente e quasi distrattamente, si lasciava cadere che “la dottoressa ha fatto un po’ di pulizia...”

Ora, o la mia capa davvero non ha nulla da fare se trova il tempo di mettere in ordine le mie carte (cosa che a me manca vista la mole di lavoro che sbrigo per lei) o più probabilmente qualcuno, conoscendo i suoi punti deboli, vuole fare la “furbetta” e approfittare dell’assenza (mia, ma anche di altri, non sono l’unica a subire queste angherie) per guadagnare punti, a scapito di altri ovviamente.

Questa volta sono partita, ho chiuso a chiave i cassetti, ho lasciato la scrivania immacolata.... eppure, non è bastato ancora. E si, non si smette mai di imparare.
L’ordine questa volta l’ha voluto fare nella mia cartella online.
E così, inevitabilmente, mi sono saltati tutti i collegamenti ipertestuali nei file di riepilogo che ho creato per monitorare le mie pratiche.
Del resto lei non sa neanche cosa sia un collegamento ipertestuale, nulla che non si possa ricreare, è vero, soprattutto perchè non è lei a dover rifare un lavoro lungo e meticoloso che era già stato fatto ed era perfettamente funzionante e funzionale.
Ma la cosa assurda è che ho scoperto che il livello di conoscenza delle mie pratiche della mia capa, è nullo. Non ne sa nulla. Men che meno.
E siccome non mi occupo solo di un piccolo lavoro marginale, ma di gare pubbliche e di procedure ufficiali, la cosa mi ha lasciata alquanto perplessa. E’ pur vero che nessuno è insostituibile, ma se anche la mia capa non conosce il mio lavoro come farebbe ad istruire una nuova collega se io, per esempio, mi scocciassi di questa situazione e decidessi di spostare il mio disordine altrove? ...

Mah, intanto oggi lei è in ferie e io mi prendo il piacere di sparlare un po’ di lei, o meglio, di parlare di lei, che sia bene o male, sta a voi decidere....

giovedì 19 giugno 2008

Uomo contro Uomo

Il mobbing visto da dentro è qualcosa di difficile da spiegare, le parole si perdono in spire fatte di spiegazioni inspiegabili, le emozioni si smarriscono di fronte a episodi che non hanno una chiave di lettura comprensibile, la fragilità umana si scontra con un muro di cattiveria pura, di accanimento feroce, di isolamento disperato.....

Il mobbing visto da dentro è un baratro profondo, precipitare nel vuoto è un meccanismo involontario che esula dalla nostra facoltà, possiamo essere forti quanto vogliamo, possiamo essere indipendenti e sostenere che degli altri non abbiamo bisogno, ma si può davvero diventare impermeabili alle meschinità, alla cattiveria immotivata, alla perversione vendicativa che sembra muovere le altrui intenzioni quasi percepissimo una “colpa” e non riuscissimo a identificarla....?

La colpa sarebbe in realtà la nostra forza, e gli attacchi alla nostra “persona” non sono altro che tentativi di neutralizzare la nostra capacità lavorativa, arginare la nostra professionalità, ridicolizzare la nostra reputazione, avvilire la nostra dignità....

Cosa possa spingere altre persone ad abbassarsi così tanto, a perseguire l’umiliazione e la persecuzione per fare bella figura con il capo o per evitare che una promozione finisca ad altri, continuo a chiedermelo......

Frustrazioni, solo questo mi viene in mente. Solo così posso cercare di dare un nome a quella cattiveria crudele e sanguinolenta che spinge a dimenticare i propri valori e a calpestare senza ritegno la dignità altrui, affondando senza timori non appena la preda mostra cenni di sofferenza, gioendo di questo trionfo e condizionando l’ambiente esterno tanto da modificare la percezione razionale di ciò che accade e lasciare che il paradosso prenda il posto del comprensibile....

Il mobbing visto da dentro è uno dei momenti più bui che può capitare di vivere, la disperazione può prendere il sopravvento, l’equilibrio vacillare, la depressione diventare un’ombra grigia che toglie il colore della vita, che influenza negativamente tutti gli aspetti della quotidianità e non soltanto quelli lavorativi.

Non siamo automi, non possiamo scindere un aspetto della nostra percezione e isolarlo, limitandolo ad un solo contesto, siamo persone, ci portiamo dietro i pesi e le conseguenze delle nostre azioni, emozioni e sensazioni, viviamo e brilliamo di luce propria e quando questa luce si spegne diventa devastante riuscire a ritrovarsi....

Non siamo automi, questo dovrebbe essere un valore, questo dovrebbe essere un freno al nostro comportamento, un barlume di coscienza che ci indichi come comportarci in ogni circostanza....

Ma allora perchè capita?

venerdì 30 maggio 2008

Il mea culpa dei lavoratori

Nel precedente intervento, Tiziano ci ha parlato del mobbing perpretrato “dal basso” ovvero quando “la massa” dei lavoratori si coalizza contro l’elemento dirigente, isolandolo, denigrandolo, minandone la credibilità e la professionalità fino a costringerlo alle dimissioni, e nei commenti ha portato un esempio che, nella sua atipicità, ben rappresenta l’esasperazione dell’accanimento collettivo, ovvero l’allenatore sportivo. L’eco del mobbing, in questi casi, ha delle ripercussioni incredibili, dall’insoddisfazione dei giocatori si sposta sui tifosi e modifica l’opinione pubblica in maniera epidemica, quello che stupisce è che probabilmente lo stesso allenatore che ora si vuole demolire in altre circostanze è stato idolatrato decantandone le lodi e la competenza. Anche le persone più lucide ed equilibrate possono arrivare a fare affermazioni faziose che tengono conto della propria passionalità sportiva trascurando invece l’aspetto oggettivo del diritto alla dignità del lavoro.

L’atipicità di questo esempio mette in luce l’enfatizzazione del fenomeno, mostrando chiaramente che il mobbing è “contagioso” e che le proporzioni dell’accanimento che attua sono abnormi, ma quello che emerge è soprattutto una grossa perdita di individualismo “cosciente” per aderire ad una collettività “incosciente”. Un gregarismo massificante con una potenza micidiale ed una natura sociologica autodistruttiva.

Ancora ci si chiede “come mai” durante l’olocausto chi sapeva taceva e acconsentiva, con quel silenzio assenso, al dilagare della disumanità più bestiale e aberrante, e chi non sapeva..... faceva finta di non sapere. Può sembrare un paragone paradossale rapportato all’ambito ancora piuttosto circoscritto (almeno ufficialmente) del mobbing ma quello che mi preme sottolineare è la capacità dell’individuo di adattarsi materialmente, per convenienza o per quieto vivere, a situazioni analiticamente inaccettabili.

Il problema, credo, sia da identificare soprattutto nell’incapacità di essere “costruttivi” delle nostre società moderne (o forse di sempre) per prediligere atteggiamenti disfattisti e semplicistici da accampare come giustificazione per un malessere sociale sempre più diffuso nel quale la gente smette di pensare a livello di individuo e si adatta al pensiero di massa.

Quello che anima il mobbing è fondamentalmente la mancanza di una coscienza collettiva dei lavoratori.
Non ne voglio fare una questione politica, lungi da me, ma i risultati delle ultime elezioni parlano chiaro e dimostrano la totale estraneazione da parte della propria classe “sociale” di appartenenza per prediligere un’elitè societaria che a priori non può rappresentare tutti, pur cercando di farlo credere. Se guardiamo i dati dell’Istat leggiamo che le famiglie sono in difficoltà, che non si possono fronteggiare spese impreviste, che la rata del mutuo o l’affitto pesano sulla busta paga in maniera sproporzionata e che le rinunce personali iniziano ad intaccare anche settori quali la sanità che dovrebbero essere primari nel benessere psicofisico della famiglia.
Se una classe proletaria, pur di concezione moderna, si identifica politicamente con gli interessi del “padrone” la conseguenza è una perdita di senso di orientamento collettivo che non potrà non avere ripercussioni anche nella vita “sociale” di tutti i giorni. L’individualismo “positivo” indicatore della capacità di elaborare un pensiero autonomo e di assumere posizioni personali cede il posto all’individualismo “cattivo” rappresentato esclusivamente dalla tutela dei propri interessi con qualunque mezzo, anche a discapito altrui. E in quest’ottica il mobbing si spiega tutto.
Diventa quasi una valvola sociale per lo sfogo di frustrazioni personali, una strada per incanalare la propria insoddisfazione, un tentativo di dominanza dettato dall’impotenza della propria sudditanza. Che sia socialmente spiegabile non significa certo che sia giustificabile, il mobbing è la deformazione patologica di un comportamento collettivo, e pertanto deve essere arginato e combattuto, ma forse smettere di studiarlo nella mera casistica e ricondurlo ad un’ottica di più ampio respiro, dove accade che l’uomo possa dare il peggio di se, può servire a capirlo e ad attivare un meccanismo di allarme sociale che richiami le persone al dovere di agire sempre secondo la propria coscienza, indipendentemente dai devianti condizionamenti esterni che può trovarsi a fronteggiare.
Il modo migliore per combattere il mobbing è rifiutarsi di farsi coinvolgere da discorsi e comportamenti tendenti ad emarginare una persona, che sia il più debole o il più forte della piramide gerarchica, ma anche e soprattutto rifiutarsi di assistere impunemente a questi sviluppi, ricordando ai colleghi più accaniti che dietro ad ogni lavoratore c’è una persona e che il rispetto per gli esseri umani deve essere primario e inviolabile. Riacquistiamo la nostra dignità di lavoratori e mettiamoci in discussione tutti, non sarà la guerra sul lavoro a darci soddisfazione personale e crescita professionale ma la collaborazione tra tutti con la valorizzazione delle diversità e delle peculiarità individuali.

mercoledì 28 maggio 2008

Mobbing - una piaga sociale - scritto da Tiziano Tescaro

Anche se il mobbing è un fenomeno antico già presente nelle relazioni personali e di massa nell’antica Grecia, tuttavia solamente negli anni recenti, in Europa si dà importanza ed attenzione a questa pratica, individuandola nell’ambiente lavorativo e purtroppo anche famigliare.

Di questa emergenza sociale se ne parla poco e si sa molto, mentre troppe sono le vittime di questo terrorismo, di questa persecuzione psicologica.

I sondaggi dicono che in Europa sono colpiti l’8% dei lavoratori e in Italia 1,5 milioni, ma sono certo che questi dati sono “la coda del rospo” in realtà il fenomeno e molto più vasto.

Questa volta non dobbiamo addossare la colpa al capitalismo, alla borghesia, all’abuso di potere o alla casta politica e sociale (malgrado esperti affermino il contrario)

Non pensiamo al mobbing sviluppato in un pattern maggiormente verticale, perché il suo focolaio è collocato nella sfera oligosociale.

Se il fare mobbing in tempi passati era inteso come tecnica di umiliazione, offesa all’autostima, tattiche cioè dirette, oggi invece si è evoluto mettendo la vittima o la massa contro se stessi con forme diffamatorie orizzontali, ossia tattiche indirette.

Infatti non sempre l’elemento forte, con potere, pratica mobbing sulla massa o sul singolo debole, accade anche il contrario che i deboli distruggano i forti, ma soprattutto che deboli distruggano deboli, massa distrugga massa, forti distruggano forti, organizzandosi in provvisori connubi.

E’ una visione confusa? Si certo, ma come tutte le fermenti forme sociali autoclone o rimangono ibernate in se stesse o sfociano in manifestazioni aggressive.

Tiziano Tescaro

mercoledì 21 maggio 2008

il dopomobbing.......

Ciao Giadatea.
leggere la tua esperienza è stato come rivivere la mia...

spesso sul mobbing si è scritto molto... ma forse troppo per cio' che rigurda le battaglie legali.. certificazione dei danni a suon di raccomandate ai tribunali...un business anche questo ormai..

cio' di cui non si parla mai...
è del DOPOMOBBING...

di quando decidi di non dimetterti e rientri a testa alta fra le scrivanie...
che improvvisamente appaiono come "banchi il primo giorno di scuola"...

parliamo della forza e del coraggio
che serve per rimettere piede in quel posto che hai odiato con tutte le forze.....

si lavora certo. ritmo misurato e normale...
tenendo a freno la passione...
le tue idee saranno firmate da altri....
quindi non ne vale la pena..

ci sono giorni in cui il ricordo di cio' che hai subito anche dopo anni...è talmente vivo che ti trovi a piangere senza motivo...
per la tua dignità calpestata..

l'omologazione vince sulle capacità innovative e la voglia di fare
un esercito di jes-man che trionfa
alleandosi come una banderuola in mezzo al mare dell'ipocrisia...

si parla poco di chi
ogni giorno lavora
per il gusto non essere
stato abbattuto....

forse la battaglia piu' dura.

Pat